Ho appena finito di leggere l’articolo “Non di solo scautismo Vive il Capo” apparso su Proposta Educativa 7/2009 scritto da Paolo Natali. Per spiegare ciò che c’è scritto e da dove è partita la mia riflessione riporto le prime righe dell’articolo.
“Fabio non è venuto in uscita questo weekend. Domenica sera
gli ho telefonato, più da amico che da capoclan, per sapere
se magari era stato male o aveva avuto qualche problema.
Non per dargli la caccia, intendiamoci, Fabio è uno con la testa
sulle spalle e lo so che se manca a un’attività ci sono sicuramente
mille e uno buoni motivi. E infatti un motivo c’era, se
fosse buono o meno lì per lì non mi era chiaro, mi ha preso
del tutto alla sprovvista. All’inizio si è inventato le solite scuse
da adolescente timido, poi quando gli ho fatto notare che
non serviva che si giustificasse, mi fa: «Senti Nico, io mi sto stancando,
perché quando sono col clan sembra che tutto il mondo
ruoti intorno allo scautismo, e invece lo sai benissimo che non
è così. C’è un mondo là fuori, e invece mi pare che tutto quello
che facciamo sia riferito a noi stessi, a replicare il mondo
scout.Mi sento a disagio in uscita e a riunione perché cerco di
parlare di altre cose che si possono fare nella vita e invece
vengo visto come uno stravagante, quando invece sono solo
un po’ più curioso. Non siamoaltro che dei bambini vestiti da
cretini quando indossiamo la camicia azzurra come una divisa,
per distanziarci dal resto del mondo, invece che come
uniforme. Non lo vedi che siamo una piccola comunità abbarbicata
sulla cima di un monte? Per Milena, Nanni e Piero
potremmo anche abitare al santuario di Boccadirio e sarebbe
la stessa identica cosa, i nostri dibattiti, i nostri bivacchi,
una birra tra di noi, e finita li. Siamo fuori dal mondo!».”
Questo articolo mi ha fatto riflettere e mi ha fatto mettere in discussione per l’ennesima volta il mio operato all’interno del clan e dello scautismo; è sempre stata la mia fissa cercare di far aprire sempre di più i ragazzi verso l’esterno (scelta politica, cittadini del mondo), anche perché tutto questo fa sì che anche noi capi cresciamo, che non ci fossilizziamo nello scautismo fine a se stesso, sentendoci spesso i più bravi e i più belli, in una sorta di autoreferenzialismo. Questo tipo di approccio fa sì che l’essere capo scout diventi una lezione di vita, anche grazie a ciò che i ragazzi ci mettono di fronte: i loro problemi, le loro paure e le loro curiosità. Racchiusa nel messaggio che noi vogliamo passare ad ognuno di loro, stando attenti alle loro singole peculiarità e ai loro talenti ci sta una grossa opportunità: crescere e sbagliare insieme a loro.
Se noi pensiamo solo a ciò che riguarda lo scautismo e viaggiamo con i paraocchi oppure a compartimenti stagni, non possiamo pretendere di preparare al meglio l’uomo e la donna della partenza e ancora meno prestare un servizio di qualità ai nostri ragazzi, senza contare che neanche noi cresciamo e rischiamo di sentirci arrivati. I ragazzi hanno un assoluto bisogno di sviluppare uno spirito critico, di osservare ciò che gli sta attorno per compiere delle scelte consapevoli e di capire che lo scautismo è una parte integrante ed importante della loro vita o lo potrebbe diventare (non tutti sono fatti per lo scautismo) ma non è la “LORO VITA”. Come capi ci dobbiamo perennemente chiedere se stiamo facendo la cosa giusta, non dobbiamo viaggiare a testa bassa. Se ad esempio ci fosse bisogno all’interno del clan di rifare la carta di clan e nello stesso tempo però ci si accorge che i ragazzi sono troppo chiusi in se stessi o nel loro piccolo gruppo e hanno bisogno, per crescere, di fare altro, sarebbe giusto accantonare il rifacimento della carta di clan e rispondere alle esigenze dei ragazzi, facendogli comunque capire che una comunità, per essere tale, deve anche avere una carta di clan che le faccia la fotografia e che la guidi nel suo percorso spesso tortuoso alla ricerca di una propria identità e di obiettivi. Il bello del clan è che non hai l’assillo a livello metodologico di fare cose fisse (ad esempio le prede per i lupetti e le tappe per il reparto) ma puoi modellarlo a seconda dei ragazzi che ti trovi di fronte e della comunità, per cui stimolarli ed incuriosirli diventa fondamentale per loro e per il loro obiettivo finale: la Partenza!
Per sviluppare la loro curiosità bisogna stare perennemente con le orecchie all’erta e con lo sguardo “fisso” su di loro cercando anche strumenti che li possano appassionare.