Usciamo dal guscio!

Ho appena finito di leggere l’articolo “Non di solo scautismo Vive il Capo” apparso su Proposta Educativa 7/2009 scritto da Paolo Natali. Per spiegare ciò che c’è scritto e da dove è partita la mia riflessione riporto le prime righe dell’articolo.

Fabio non è venuto in uscita questo weekend. Domenica sera

gli ho telefonato, più da amico che da capoclan, per sapere

se magari era stato male o aveva avuto qualche problema.

Non per dargli la caccia, intendiamoci, Fabio è uno con la testa

sulle spalle e lo so che se manca a un’attività ci sono sicuramente

mille e uno buoni motivi. E infatti un motivo c’era, se

fosse buono o meno lì per lì non mi era chiaro, mi ha preso

del tutto alla sprovvista. All’inizio si è inventato le solite scuse

da adolescente timido, poi quando gli ho fatto notare che

non serviva che si giustificasse, mi fa: «Senti Nico, io mi sto stancando,

perché quando sono col clan sembra che tutto il mondo

ruoti intorno allo scautismo, e invece lo sai benissimo che non

è così. C’è un mondo là fuori, e invece mi pare che tutto quello

che facciamo sia riferito a noi stessi, a replicare il mondo

scout.Mi sento a disagio in uscita e a riunione perché cerco di

parlare di altre cose che si possono fare nella vita e invece

vengo visto come uno stravagante, quando invece sono solo

un po’ più curioso. Non siamoaltro che dei bambini vestiti da

cretini quando indossiamo la camicia azzurra come una divisa,

per distanziarci dal resto del mondo, invece che come

uniforme. Non lo vedi che siamo una piccola comunità abbarbicata

sulla cima di un monte? Per Milena, Nanni e Piero

potremmo anche abitare al santuario di Boccadirio e sarebbe

la stessa identica cosa, i nostri dibattiti, i nostri bivacchi,

una birra tra di noi, e finita li. Siamo fuori dal mondo!».”

Questo articolo mi ha fatto riflettere e mi ha fatto mettere in discussione per l’ennesima volta il mio operato all’interno del clan e dello scautismo; è sempre stata la mia fissa cercare di far aprire sempre di più i ragazzi verso l’esterno (scelta politica, cittadini del mondo), anche perché tutto questo fa sì che anche noi capi cresciamo, che non ci fossilizziamo nello scautismo fine a se stesso, sentendoci spesso i più bravi e i più belli, in una sorta di autoreferenzialismo. Questo tipo di approccio fa sì che l’essere capo scout diventi una lezione di vita, anche grazie a ciò che i ragazzi ci mettono di fronte: i loro problemi, le loro paure e le loro curiosità. Racchiusa nel messaggio che noi vogliamo passare ad ognuno di loro, stando attenti alle loro singole peculiarità e ai loro talenti ci sta una grossa opportunità: crescere e sbagliare insieme a loro.

Se noi pensiamo solo a ciò che riguarda lo scautismo e viaggiamo con i paraocchi oppure a compartimenti stagni, non possiamo pretendere di preparare al meglio l’uomo e la donna della partenza e ancora meno prestare un servizio di qualità ai nostri ragazzi, senza contare che neanche noi cresciamo e rischiamo di sentirci arrivati. I ragazzi hanno un assoluto bisogno di sviluppare uno spirito critico, di osservare ciò che gli sta attorno per compiere delle scelte consapevoli e di capire che lo scautismo è una parte integrante ed importante della loro vita o lo potrebbe diventare (non tutti sono fatti per lo scautismo) ma non è la “LORO VITA”. Come capi ci dobbiamo perennemente chiedere se stiamo facendo la cosa giusta, non dobbiamo viaggiare a testa bassa. Se ad esempio ci fosse bisogno all’interno del clan di rifare la carta di clan e nello stesso tempo però ci si accorge che i ragazzi sono troppo chiusi in se stessi o nel loro piccolo gruppo e hanno bisogno, per crescere, di fare altro, sarebbe giusto accantonare il rifacimento della carta di clan e rispondere alle esigenze dei ragazzi, facendogli comunque capire che una comunità, per essere tale, deve anche avere una carta di clan che le faccia la fotografia e che la guidi nel suo percorso spesso tortuoso alla ricerca di una propria identità e di obiettivi. Il bello del clan è che non hai l’assillo a livello metodologico di fare cose fisse (ad esempio le prede per i lupetti e le tappe per il reparto) ma puoi modellarlo a seconda dei ragazzi che ti trovi di fronte e della comunità, per cui stimolarli ed incuriosirli diventa fondamentale per loro e per il loro obiettivo finale: la Partenza!

Per sviluppare la loro curiosità bisogna stare perennemente con le orecchie all’erta e con lo sguardo “fisso” su di loro cercando anche strumenti che li possano appassionare.

Impegno e Priorità

In tutti gli anni in cui ho fatto il capo clan ho cercato di osservare ed ascoltare molto i ragazzi per cercare di capire qualcosa in più del loro mondo così complicato, del perché spesso sono “disturbati” o si sentono tali e perché molto spesso per sentirsi vivi si devono sentire a tutti i costi al centro dell’attenzione. Spesso i ragazzi di oggi hanno bisogno di tante attenzioni , di essere ascoltati e soprattutto hanno bisogno di punti di riferimento quanto meno credibili e per lo più coerenti. La figura di noi capi, che in questa veste siamo più dei fratelli maggiori, diventa fondamentale, per cui bisogna cercare di essere il più possibile coerenti ed equilibrati. La coerenza è sempre molto difficile da raggiungere ma il clan diventa per noi una buona palestra per ricercare una coerenza tra le cose che si dicono e le cose che si fanno, che si trasformi in credibilità e stima; i ragazzi, infatti, fanno presto a scaricarci appena viene meno questa credibilità che ci dobbiamo costruire attraverso la nostra testimonianza. Questo nostro ruolo permette di metterci sempre in discussione e di mettere in pratica la formazione permanente di cui tanto si parla, solo affrontando il nostro servizio in questo modo si risulta essere pienamente credibili. In questo scenario si cerca nel bene di far capire l’importanza di prendersi un impegno (che non deve essere totalizzante ma almeno serio). I ragazzi fanno fatica a portare fino in fondo un impegno preso, vuoi per la scarsa capacità che si ha a quell’età di prendere le cose nel modo corretto, vuoi per il diverso grado di maturazione che ognuno di noi ha ma potrebbe anche essere chei ragazzi oggi non sono più abituati a prendere un impegno e portarlo avanti con la stessa dedizione e la stessa intensità con la quale lo hanno iniziato, purtroppo hanno sempre la voglia o la smania di prendere dappertutto.Questo aspetto, a mio avviso è dettato anche dalla società in cui viviamo che ci propone troppi input e troppi modelli, spesso fuorvianti, da seguire confondendoci le idee. Noi capi abbiamo l’opportunità, come fratelli maggiori,di essere dei  punti di riferimento che possano  farli ragionare e permettergli di mettersi davanti alle loro responsabilità, sia scoutistiche che non. Un’altra cosa di cui ho accennato prima è che lo scoutismo non deve essere totalizzante; ai ragazzi va passato un messaggio: la capacità di dare le giuste priorità alle cose che facciamo nella nostra vita non va mai persa, e soprattutto  bisogna  aiutarli ad essere obiettivi sulla reale importanza che queste priorità hanno, visto che la nostra società ci trasmette una filosofia del dover  fare qualcosa a tutti i costi e sempre più velocemente. Il rischio è di perdere di vista le cose che realmente sono importanti e di fuggire davanti alla cosa che forse conta di più: coltivare dei sani rapporti con gli altri, prendendosene cura. La mia esperienza mi insegna che i ragazzi sono spesso portati a consumare in fretta i loro rapporti spremendo e usando l’altro a proprio piacimento, anche perchè fanno fatica a prendersi cura anche di sé stessi ed individuare il loro obiettivo nella vita. Penso che il nostro ruolo di capi sia fondamentale per farli sentire importanti e voluti bene nel giusto modo ossia sempre pronti a bastonarli o a coccolarli quando ce n’è bisogno.

Sicuramente tutto ciò che ho detto non è dettato da un’esperienza professionale (sono un informatico) ma solo da un’esperienza fatta sul campo osservando i ragazzi per cui molte cose dette possono essere inesatte e senza alcun riscontro negli studi pedagogici, psicologici e sociologici.

Vorrei anche che qualcuno mi aiutasse a capire meglio i ragazzi di oggi per poter avere un impatto educativo maggiore.

Ultimo messaggio di BP

Cari Scouts,

se avete visto la commedia Peter Pan vi ricorderete che il capo dei pirati ripeteva ad ogni occasione il suo ultimo discorso, per paura di non avere il tempo di farlo quando fosse giunto per lui il momento di morire davvero. Succede press’a poco lo stesso anche a me e, per quanto non sia ancora in punto di morte, quel momento verrà, un giorno o l’altro; così desidero mandarvi un ultimo saluto, prima che ci separiamo per sempre.

Ricordate che sono le ultime parole che udrete da me: meditatele.

Io ho trascorso una vita molto felice e desidero che ciascuno di voi abbia una vita altrettanto felice.

Credo che il Signore ci abbia messo in questo mondo meraviglioso per essere felici e godere la vita. La felicità non dipende dalle ricchezze né dal successo nella carriera, né dal cedere alle nostre voglie.

Un passo verso la felicità lo farete conquistandovi salute e robustezza finché siete ragazzi, per poter essere utili e godere la vita pienamente una volta fatti uomini.

Lo studio della natura vi mostrerà di quante cose belle e meravigliose Dio ha riempito il mondo per la vostra felicità. Contentatevi di quello che avete e cercate di trarne tutto il profitto che potete. Guardate al lato bello delle cose e non al lato brutto.

Ma il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri. Cercate di lasciare questo mondo un pò migliore di quanto non l’avete trovato e, quando suonerà la vostra ora di morire, potrete morire felici nella coscienza di non aver sprecato il vostro tempo, ma di avere fatto del nostro meglio. “Siate prearati” così, a vivere felici e a morire felici. Mantenete la vostra Promessa di Scouts, anche quando non sarete più ragazzi, e Dio vi aiuti in questo.

Il vostro amico

Baden Powell of Gilwell

Dimensione internazionale e territorio

Per affrontare questo discorso vorrei partire dall’art 5 del regolamento metodologico della Branca RS:

Art. 5 EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA

La Comunità R/S è momento prezioso di esperienza politica e di democrazia anche attraverso l’esperienza concreta del Servizio.

La Comunità vive la scelta della solidarietà per la costituzione di una nuova cittadinanza aiutando i giovani e le giovani a divenire protagonisti attivi della vita civile e sociale del nostro Paese e della vita della nostra Associazione ad essere cittadini del mondo.

Perché sono partito da questo articolo del regolamento metodologico RS? Perché credo che sia indispensabile partire dalla conoscenza e dall’incontro con l’altro nel nostro territorio per poi poter sviluppare una coscienza internazionale, per poter veramente diventare dei “cittadini del mondo”. Dico questo perché troppo spesso si guarda oltre i nostri più immediati confini senza dare alcuna importanza a ciò che ci sta attorno arrivando a non conoscere le persone e le realtà locali. In questa fase si cerca di Educare alla diversità, ma educare alla diversità non vuol dire necessariamente andare lontano per incontrare il diverso… incominciamo già all’interno della comunità ad educare alla consapevolezza di sé in relazione agli altri, incominciamo ad ascoltare la voce di chi ci sta accanto. Per usare dei termini usati nel Manuale della Branca Rover e Scolte ( Nuova Fiordaliso, pagina 140) educare “diversamente” e a “com-prendere”, vorrei anche riportare questa frase dalla pagina sopracitata del manuale: “Mettersi dal punto di vista degli altri, imparare ad ascoltare la voce che ci sta accanto, imparare a vedere negli altri la nostra immagine, imparare a decentrarci: sono tutte chiavi per imaparare a stare insieme, ad accorgersi che con noi ci sono gli altri e che tutti hanno importanza, dignità, meritano attenzione e sono determinati nel costruirsi di ogni singola identità del gruppo”. L’accettazione e la comprensione del diverso è il processo più lungo ma anche fondamentale per poter vivere al meglio, prima di tutto la vita di comunità e poi una qualsiasi attività vissuta in clan, dal capitolo ad una route internazionale. Una volta centrato il nostro primo obiettivo, accettare e comprendere il diverso che ci sta accanto possiamo iniziare a parlare di internazionalità, di dimensione internazionale.

Art. 6 EDUCAZIONE ALLA MONDIALITÀ E ALLA PACE

La Comunità R/S sa di essere chiamata alla costruzione della pace. Per questo valorizza il sentimento di fraternità e la dimensione soprannazionale propri dello scautismo, proponendo esperienze con gruppi scout di altri Paesi e la partecipazione ad attività internazionali, nonché esperienze di solidarietà internazionale.

Educa all’accettazione e valorizzazione delle diversità culturali, sociali, politiche, religiose dei popoli per meglio capire la vita e i valori del proprio e degli altri Paesi.

Educa alla non-violenza, convinta che questo è il migliore tipo di azione per arrivare alla eliminazione delle ingiustizie che sono causa di conflitto. Per questo sviluppa con particolare impegno i con-tenuti e gli strumenti del metodo scout ed è aperta alla collaborazione con persone e gruppi non violenti.

Quando nel 2005 si decise con il clan di affrontare una route internazionale in Perù nell’estate 2006, saputa questa meta i genitori ci hanno sollevato la perplessità sul perché dovevamo spendere tanti soldi quando con quei soldi potevamo fare tante belle cose nel nostro territorio e in Italia. Questo era un pensiero che aveva colpito anche noi capi, quando avevamo preso in considerazione l’idea di far vivere al nostro clan un’esperienza internazionale, ed abbiamo valutato che con il clan che c’era allora si poteva affrontare un discorso simile perché erano ragazzi molto inseriti nel territorio e con un grande spirito critico. Comunque per arrivare alle giuste motivazioni ci abbiamo lavorato per due anni partendo da una base solida che si era creata nel corso degli anni e da una presenza sul territorio e soprattutto una consapevolezza del nostro territorio alquanto forte. Anche se credo che ad un’ esperienza internazionale così forte non si arrivi mai completamente pronti. Avevamo deciso di “guardare il mondo a testa in giù”, ossia guardarlo da un punto di vista totalmente diverso dal nostro.  Ho usato la frase “guardare il mondo a testa in giù” per rifarmi allo slogan usato dal Progetto Lima, il progetto di cui ora faccio parte e che ci ha accompagnati nella nostra route del 2006. Oltre a questo “A testa in giù” è un libro dello scrittore/giornalista uruguaiano Eduardo Galeano. Per citare la prefazione del libro: “Nei paesi più poveri della Terra i bambini, per imparare a vivere, devono frequentare la scuola del mondo alla rovescia, dove apprendono che la povertà è il giusto castigo per l’inefficenza; che la disuguaglianza è una legge naturale che ha come corollari il razzismo e il maschilismo; che la realtà è quella che si vede in televisione; che il crimine è nero o giallo o di altri colori, ma mai –o quasi- bianco, e così via…..”

Ritengo che sia fondamentale far affrontare ad un clan nel corso della propria vita di comunità, un’esperienza internazionale anche perché il tema dell’educazione alla dimensione/fraternità internazionale è sempre stato al centro del pensiero di BP:

Il movimento scout è una fratellanza mondiale. Diventando Scout ti unisci ad una grande moltitudine di ragazzi appartenenti a molte nazionalità ed avrai amici in ogni continente. Ciò avrà un effetto vitale e dilunga portata in tutto il mondo per la causa della pace” (BP)

ed in un suo libro “Cittadini del mondo”  vengono raccolti tutti i suoi scritti inerenti al tema. L’unico difetto che posso riscontrare in un’esperienza del genere è il ritorno. Ritornare alla nostra vita diventa difficile perché si ritorna carichi di emozioni che non sai come affrontare e soprattuto come esternare.

Da un anno a questa parte oltre al Progetto Lima faccio parte di una pattuglia Internazionale nata nella nostra zona dove stiamo cercando di promulgare il pensiero di BP, sulla dimensione internazionale come elemento fondante del nostro metodo, nei capi della nostra zona. Questa nuova avventura in cui ci siamo immersi è difficile ma riteniamo sia fondamentale a causa della scarsa propensione guardare oltre i propri confini (restando sempre valide le considerazioni fatte in precedenza).

Per concludere vorrei citare un’altra fase di BP:

“La verità è che tutti dobbiamo imparare gli uni dagli altri con vantaggio reciproco. Grazie alla formazione e alle amicizie internazionali rese possibili dallo scautismo, la futura generazione di ogni paese è oggi educata a guardare al civismo in modo nuovo”

Taccuino, Nuova Fiordaliso, Roma 2001

Scelta di Fede….

Vorrei partire da una frase di BP raccolta nel libro “Bevete la bell’aria di Dio”:

Mi è stato chiesto di descrivere più approfonditamente ciò che avevo in mente per quanto

concerne la religione quando fondai lo Scautismo ed il Guidismo. Mi è stato chiesto:

“Come c’entra la religione?”.

La mia risposta è stata che la religione non ha da “entrarci”, perché è già dentro. Essa è il

fattore fondamentale che pervade lo Scautismo ed il Guidismo.

Discorso ad una conferenza di Commissari scout/guide, 2 luglio 1926

L’educazione non finisce mai, Nuova Fiordaliso, Roma 1997, p.43

Volevo partire da questa frase di BP per aprire una riflessione sulla Fede vissuta in clan.

La scelta di fede in clan questa sconosciuta!

Perché dico questo? Molto spesso i ragazzi che arrivano in clan danno l’impressione che la scelta di fede (ovviamente cattolica) sia l’ultimo dei loro pensieri barricandosi molto spesso dietro alla frase “Io non credo e tu non ci puoi fare niente” come se noi capi fossimo chiamati a convincere i ragazzi a credere e non fossero invece loro in prima persona a cercare di capire e sapere dove e come si vuole arrivare alla meta ossia la Partenza. Non si chiede e non si pretende che un ragazzo arrivato al clan abbia tutto chiaro, se fosse così il cammino educativo finirebbe in reparto e non esisterebbero il clan e la partenza. A volte penso che dire “Io non credo e basta!” sia più facile che mettersi in gioco al 100%; i dubbi di fede (li abbiamo tutti) sono ben accetti ma devono essere affrontati a muso duro senza aver paura di mettersi in discussione e, come avevo accennato in un altro articolo, anche arrivare al saluto implica compiere delle scelte e non significa compiere delle non scelte. La fede spesso è vista come una cosa scomoda, pesante perché è fatta di fiducia di abbandono alla quale si fa prima a girarci alla larga e barricarsi dietro le proprie stupide e sterili convinzioni date ed alimentate dai mass media e da ciò che sta intorno a noi non riuscendo ad andare oltre. Una volta un frate durante una route di Pasqua, dopo che io da buon rover gli avevo detto che ero contro la Chiesa e facevo fatica a credere, mi aveva detto che dovevo imparare a discernere i due ragionamenti: Fede e Chiesa vista come istituzione. Da quel momento ho imparato a vivere e a guardare la mia Fede in modo diverso, dal punto di vista della pura e semplice Fede ho imparato ad abbandonarmi di più, a fidarmi mentre dal punto di vista Chiesa come istituzione ho imparato a guardarla con spirito molto più critico non permettendo in caso di mancata coerenza (siamo tutti uomini) di “rovinare” la mia Fede. Ai ragazzi di oggi si cerca di passargli tutto questo ma è facile che vengano (non tutti per fortuna) distratti da tutto ciò che li circonda perdendo di vista il loro obiettivo ossia cercare di capire, di andare nel profondo delle cose, delle motivazioni, del perché si fanno le cose, del perché si prendono degli impegni per arrivare alla Partenza o al Saluto preparati e pienamente consapevoli di ciò che stanno facendo.

Alla luce di tutto questo diventa un grosso problema fare una proposta di catechesi che li tocchi nel vivo che li stimoli e più si cerca di fare una catechesi in clan vicina ai ragazzi e alle loro aspettative partendo dai loro dubbi e dai loro problemi e più non si è capiti, fraintesi.

Siamo in grado noi scout di fare una proposta di catechesi che possa aiutarli a capire a scardinare il loro muro? E come? Quali strumenti possiamo utilizzare?

Partenza o Saluto?

Partenza o Saluto? Capire se un ragazzo è da partenza piuttosto che da saluto è sempre stato un grosso dilemma. Dilemma che nella maggior parte dei casi, se non c’è grande collaborazione da parte del ragazzo noi capi fatichiamo a risolvere, spesso non capiamo se alla fine abbiamo indicato la scelta giusta oppure no; a parte questo perenne dilemma ho sempre ritenuto che il saluto abbia una valenza fondamentale e sia paragonabile come importanza alla Partenza. Si arriva a decidere di prendere la partenza piuttosto che il saluto solo dopo aver vissuto appieno il cammino verso la partenza fatto di ROSS, del punto della strada e di tutti i colloqui con i capi; quindi la preparazione dei due momenti è la stessa. Alla luce di tutto ciò provo a delineare un profilo di un partente e di uno che prende il saluto ovviamente dettato dalla mia esperienza e dai criteri di valutazione che mi sono dato nel corso degli anni. Il partente è colui che compie le tre scelte della partenza (scelta di Fede, di Servizio e Politica)  in modo consapevole e profondo mettendosi in discussione e in gioco al 100% e comunque non deve dimostrare rigidità e chiusura mentale; con il ragazzo, che dopo il punto della strada e i colloqui con i capi, decide di prendere la partenza si deve instaurare un dialogo aperto e costruttivo che porti a degli obiettivi ben precisi dettati dalle tre scelte che lo scoutismo ti suggerisce di fare. Il ragazzo che decide di prendere il saluto è colui che rimane fisso su alcune sue posizioni (il problema principale, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, si verifica sulla scelta di Fede) non dando la possibilità di repliche e di dialogo costruttivo, non avendo la voglia e la determinazione di mettersi in discussione su una o più delle tre scelte. Ho sempre cercato di valorizzare e di dare importanza al saluto perché in alcuni casi è stato vissuto come una sconfitta, ma non deve essere così perché comunque anche se un ragazzo (ricordiamoci che ha 20 anni) è rigido e tende a non mettersi in discussione, in quel momento lui sente di aver compiuto delle scelte in modo coerente rispetto al suo stato attuale e a noi capi sta il compito di farglielo notare. Ricordiamoci anche che la Partenza non è assolutamente un punto di arrivo ma, come dice il nome, un punto di partenza su cui basare la propria progettualità per il futuro e il proprio divenire di persona.

Nel percorso di avvicinamento alla Partenza diventa fondamentale che il rover e la scolta abbiano la possibilità di confrontarsi con il mondo esterno allo scoutismo, con qualcuno che non sappia niente della metodologia scout e che metta in forte “crisi” il ragazzo facendolo ragionare attraverso semplici e ingenue domande (ad es. cosa significa servizio?) su cose che noi scout abbiamo nel nostro DNA ma che molto probabilmente nella fase di scoperta (il nostro cammino scout da lupetti alla partenza) non ci siamo mai posti.

Infatti per quanto riguarda la scelta di servizio, a volte si da la partenza a persone che non hanno capito niente del servizio perché danno tutto per scontato senza porsi domande su cosa significa veramente servizio e sul perchè lo facciamo, è per questo motivo che ultimamente si punta molto anche sulla scelta di servizio facendo ragionare i ragazzi su quanto sia importante partendo dalle basi (ad es. cosa significa per te la parola servizio?); ecco perché per renderla ancora più “sentita” la si associa anche ad una scelta di comunità. Ossia se il partente decide di non entrare in Comunità Capi deve scegliere un servizio associato ad una scelta di comunità, perchè ritengo che un servizio é tale solo se ci si confronta con una comunità strutturata, come può essere una comunità capi, una comunità su cui appoggiarsi e con cui instaurare un dialogo e dare un proprio contributo e il proprio vissuto.

Una volta mi sono sentito chiedere da un ragazzo all’inizio del suo cammino verso la partenza, se poteva puntare alla Partenza oppure “accontentarsi” del Saluto per evidenti problemi di Fede. La mia risposta è stata che doveva ovviamente puntare alla Partenza e poi solo dopo aver fatto tutto il cammino, nei termini sopra elencati, avremmo capito se lui era da partenza piuttosto che da saluto e che era inutile mettersi in ansia e porsi questo quesito fin dall’inizio. Anche perché questo cammino non deve essere affrontato con ansia ma con la giusta e dovuta calma, a volte il cammino verso la partenza dura mesi e mesi.

Punto della Strada

Mi sono sempre chiesto quale sia il modo migliore per far affrontare il punto della strada ai rover e alle scolte in preparazione alla partenza. All’inizio della mia “carriera” di capo clan era stato fatto uno schema con domande che affrontavano i quattro punti rapporto con me stesso, rapporto con gli altri, rapporto con Dio e rapporto con il mondo, ma l’ho giudicato, con l’andare degli anni troppo sterile, troppo impersonale e costringeva il ragazzo a rimanere dentro ad uno schema senza possibilità di spaziare con le proprie riflessioni. Ho pensato poi di lasciare piena autonomia al ragazzo durante la riflessione e la compilazione del proprio punto della strada ma ho vosto che anche questo modo non sortiva gli effetti desiderati anzi metteva piuttosto in crisi alcuni ragazzi. Allora come ultimo tentativo ho pensato di seguire passo passo i ragazzi nel loro punto della strada, incontrandoli spesso dando loro delle scadenze e facendoli parlare molto, questa metodologia di lavoro ha permesso, nella maggior parte dei casi, di arrivare alla partenza molto più sereni e rilassati. Ho notato che in questo modo anche grazie all’estrema sincerità, all’estrema rigidità (solo dove necessario) e fornendo loro un angolo di ascolto e confronto, i ragazzi arrivano alla partenza molto più consapevoli di ciò che stanno facendo e molto più sicuri nelle scelte da fare senza inutili stress. Il mio timore, quando arriva il momento della partenza, è di non aver fatto abbastanza di essermi dimenticato qualcosa perchè ritengo che questo momento sia di fondamentale importanza per la loro crescita e maturazione.

A volte mi chiedo anche se noi siamo in grado di preparare i ragazzi ad un passo che a volte risulta anche più grande di noi perchè ci sentiamo piccoli e mai arrivati e se i ragazzi riescono ad essere sinceri fino in fondo prima di tutto con loro stessi e poi con noi.

Altre cose che mi domando in fase di preparazione alla partenza sono:

Il punto della strada è il momento fondamentale della preparazione alla partenza? E’ giusto dare tanta importanza a questo momento?

L’importanza della Partenza

In tutti questi anni di servizio in clan ho cercato (non so se ci sono riuscito) di preparare nel miglior modo possibile l’uomo e la donna della partenza. A volte mi sono scontrato con ragazzi che si erano già costruiti da soli il loro percorso di avvicinamento alla Partenza ed ho avuto il mio bel da fare nello smontare parte delle loro convinzioni delle loro chiusure, della loro scarsa propensione nel guardarsi nel profondo e di accettare i loro limiti mettendosi in discussione. A causa di questo errore, fatto nel passato ossia di non aver curato fin dall’inizio la preparazione alla partenza, ho cercato di anno in anno, grazie l’osservazione e all’ascolto dei ragazzi, di aggiungere un tassello alla preparazione di questo importante evento (forse unico nel suo genere) che lo scoutismo ci offre.

Arrivando ad una preparazione forse gestita in modo anche troppo maniacale ma che in molti casi ha dato i suoi frutti.

Sono arrivato a gestire la partenza usando i seguenti strumenti:

1. ROSS (incentivare la partecipazione)

2. Uscita Partenti (del nostro gruppo)

3. Incontri per partenti

4. Incontri personali per affrontare il punto della strada

5. Hike

6. Incentivare i ragazzi a partecipare ad eventi di zona (uscita partenti) oppure altri eventi, ad esempio il weekend proposto a Sant’Antimo.

Tutto questo richiede tanta energia da parte di un capo ma credo che sia un modo (non so se il migliore) per arrivare a far capire al ragazzo l’importanza di prendere la partenza.

Alla fine, nonostante tutte le energie che si investono, si riesce veramente a far arrivare il rover e la scolta alla Partenza avendo maturato scelte consapevoli? Molto spesso ci si chiede se si è fatto il possibile oppure se si è tralasciato qualcosa.